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La collezione determina la storicizzazione delle opere e dei
loro autori.
Oggi una collezione di opere è, e diventa la memoria
collettiva del divenire culturale.
Le opere scelte, in base a criteri selettivi di circostanze,
incontri, scambi, messe insieme interagiscono al loro interno, tra di loro, e al
momento del presentarsi determinano, la storicizzazione di eventi e fatti,
passati, presenti e dal futuro immediato e nel futuro prossimo inducono a
cambiamenti sociali che possono essere anche radicali.
… scrive Jean-Christophe Ammann nella prefazione al catalogo
La collezione come memoria collettiva. Le opere quali parti della
biografìa collettiva. “Nella metà degli anni Settanta ebbe fine una
determinata storia dell'arte, del teatro e della musica. Non del cinema, poiché esso era troppo giovane.
Stava per esaurirsi un'avanguardia storica che scandiva il
pensiero progressista dell'arte a ritmi di dieci anni. Il fascismo, il
totalitarismo, il nazionalsocialismo avevano inferto terribili ferite
all'Europa. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l'Europa era a terra dal punto di
vista culturale. Gli impulsi fondamentali venivano dagli Stati Uniti, impulsi
che radicalizzarono gli influssi dell'arte proveniente dall'Europa per il
tramite degli emigranti.
L'incisiva influenza dell'arte americana ebbe fine agli inizi
degli anni Settanta. Con la fine di tale influenza s'interrompeva un flusso
energetico di forze riunite sia negli Stati Uniti sia in Europa. Al segmento di
orizzonte precedentemente focalizzato subentrò un angolo visuale che si apriva
sempre più. Lo Skydome degli stili si dissolse.
Da quel momento in poi, ogni artista doveva scoprire da sé
dov'erano la destra e la sinistra, il davanti e il dietro, il sotto e il sopra.
In altre parole: doveva definire egli stesso i contenuti e il linguaggio
figurativ i”…
Perché qualcuno colleziona arte,… vorrei che i quadri
vivessero, per un po', un incontro, un'avventura che essi possano ricordare…
Nel nostro tempo c'è uno strano dibattito sul senso e sullo
scopo dei musei, un dibattito che non riesco a comprendere. Alcuni ne annunciano
la fine, li chiamano 'cimiteri', altri celebrano invece il ciberspazio e il
CD-ROM per quel loro mettere l'arte a completa disposizione del consumatore Per
la verita, non sopporto più di sentire queste sciocchezze. La rivoluzione della
tecnologia della comunicazione negli anni Novanta ha rammollito il cervello di
certe persone che credono di saper fare meglio. Non hanno capito proprio nulla
di arte e non ne capiranno mai nulla. Nel riconoscere questo stato di cose, ciò
che amareggia è il fatto che gli artisti siano stati ugualmente coinvolti in
questo vortice di assurdità. I nuovi media - nel senso dei materiali -
rappresentano da sempre una sfida per gli artisti. E naturalmente, i media
trasformano e precisano il messaggio di volta in volta convogliato e legato al
proprio tempo, e questo, fino a che quanto trasmesso non trova una sua
legittimazione unicamente m questo medium. Posso constatare come oggi si
pretenda troppo da molti artisti e curatori di esposizioni, come manchi loro un
orientamento, come essi siano letteralmente vittime di tendenze che, in fondo,
hanno poco a che vedere con l'arte. Pochi ottengono un riconoscimento
precoce.... Il diffìcile di questa situazione è che le possibilità espositive si
sono allargate a macchia d'olio, in maniera proporzionale rispetto al numero
sempre crescente degli artisti
Abbiamo sempre parlato di letterati d'intrattenimento e di
musica leggera. Oggi, dobbiamo parlare di curatori e artisti d'intrattenimento.
Tali affermazioni non sono certo innocue, poiché quando si tratta di bilanci,
ecco che esse possono facilmente condurre a conclusioni errate
Credo che in un'epoca di proliferazione generale e
incontrollata, dobbiamo tollerare simili fenomeni e questo perché prima o poi si
condurranno essi stessi ad absurdum. Ne risulta una catarsi.
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La cultura è alla base delle trasformazioni sociale
Fare cultura è in primo luogo favorire l'affermazione di un
sistema di valori «spirituali e morali» nel quale la società possa riconoscersi.
Fornire, insemina, una bussola di civiltà ad ognuno di noi. Scrive
ICARIO FONTANA nell’articolo Per difendere la società civile ritorniamo a
fare cultura del 29 Aprile 2011 sul Corriere della Sera
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